Totò, pseudomino di Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Profirogenito Gagliardi de Curtis di Bisanzio ( Brevemente Antonio De Curtis )

 Napoli, 15 febbraio 1898 – Roma, 15 aprile 1967)

 

Nasce nel rione Sanità, in via Santa Maria Antesaecula al secondo piano del civico 109, da una relazione clandestina di Anna Clemente, con Giuseppe De Curtis che, in principio, per tenere segreto il legame, non lo riconobbe, risultando dunque per l’anagrafe “Antonio Clemente figlio di Anna Clemente e di N.N.” 

Il marchese Giuseppe De Curtis, il padre di Totò, inizialmente lo riconobbe come figlio naturale, la madre Anna Clemente, tentò di introdurlo come sacerdote.

 

« Meglio ‘nu figlio prevete ca nu’ figlio artista » affermava. 

 

Solitario e di indole malinconica, crebbe in condizioni estremamente disagiate e fin da bambino dimostrò una forte vocazione artistica che gli impediva di dedicarsi allo studio, dalla quarta elementare fu retrocesso in terza. Ciò non creò in lui molto imbarazzo, anzi intratteneva spesso i suoi compagni di classe con piccole recite, esibendosi con smorfie e battute. Il bambino riempiva spesso le sue giornate osservando di nascosto le persone, in particolare quelle che gli apparivano più eccentriche, cercando di imitarne i movimenti e facendosi attribuire così il nomignolo di « o spione ». Questo curioso metodo di studio lo aiutò molto per la caratterizzazione di alcuni personaggio interpretati durante la sua carriera. Terminate le elementari, venne iscritto al collegio Cimino, dove per un banale incidente con uno dei precettori, che lo colpì involontariamente con un pugno, il suo viso subì una particolare conformazione del naso e del mento; un episodio che caratterizzò in parte la sua maschera. Nel collegio non fece progressi, decise di abbandonare prematuramente gli studi  senza ottenere perciò la licenza ginnasiale. La madre lo voleva sacerdote, in un primo tempo dovette quindi frequentare la parrocchia come chierichetto, ma incoraggiato dai primi piccoli successi nelle recite in famiglia e attratto dagli spettacoli di varietà, nel 1913, ancora in età giovanissima, iniziò a frequentare i teatrini periferici esibendosi con lo pseudomino di Clerment in macchiette e imitazioni del repertorio di Gustavo De Marco, un interprete napoletano dalla grande mimica e dalle movenze snodate, simili a quelle d’un burattino. Proprio su quei palcoscenici di periferia incontrò attori come Eduardo De Filippo, Peppino De Filippo, e i musicisti Cesare Andrea Bixio, e Armando Fragna. 

Durante gli anni della prima guerra mondiale si arruolò volontario del Regio Esercito venendo assegnato al 22° Reggimento fanteria, rimanendo di stanza dapprima a Pisa e poi Pescia. Venne quindi trasferito al CLXXII Battaglione di milizia territoriale, unità di stanza in Piemonte, ma destinate a partire per il fronte francese. Alla stazione di Alessandria, il comandante del suo battaglione lo armò di coltello e lo avvertì che avrebbe dovuto condividere i propri alloggiamenti  in treno con un reparto di soldati marocchini delle strane e temute abitudini sessuali. Totò a quel punto, terrorizzato, fu colto da malore, e venne ricoverato nel locale ospedale militare evitando così di partire. Dopo un periodo di osservazione all’Ospedale Militare venne dimesso e inviato al 88°  Reggimento Fanteria Friuli di stanza a Livorno; proprio in quel periodo subì continui soprusi e umiliazioni da pare di un graduato; da quell’esperienza nacque il celebre motto dell’attore “Siamo uomini o caporali ?. Dopo il servizio militare, avrebbe dovuto fare l’ufficiale di marina ma, non dirigendo la disciplina, scappò di casa per esibirsi ancora come macchiettista, venne scritturato dall’impresario Eduardo D’Acierno ( diventò poi celebre la macchietta de Il Bel Ciccillo), e ottenne un primo successo alla Sala Napoli, locale minore del capoluogo campano, con una parodia della canzone di E.A. Mario Vipera, intitolata Vicolo, che aveva sentito recitare dall’attore Nino Taranto al teatro Orfeo e che chiese allo stesso se poteva rubagliela. All’inizio degli anni Venti il marchese Giuseppe De Curtis riconobbe Totò come figlio e regolarizzò la situazione familiare sposandone la madre. Riunita, la famiglia si trasferì a Roma, ove Totò, con la disapprovazione totale dei genitori, fu scritturato come straordinario, cioè elemento da utilizzare occasionalmente e senza nessun compenso nella compagnia dell’impresario Umberto Capece, un reparto composto da attori scandenti e negligenti. Si affacciò alla commedia dell’arte e guadagnò un particolare apprezzamento del pubblico impersonando sul palco l’antagonista di Pulcinella, Totò si sacrificava non poco per raggiungere il teatro: dal momento che non aveva i soldi neanche per un biglietto del tram, ogni giorno doveva partire da Piazza Indipendenza per arrivare a Piazza Risorgimento, nella stagione invernale, chiese qualche moneta all’impresario Capece che in modo esagerato e brusco lo sostituì all’istante. L’episodio fu un duro colpo per Totò, che rimase esterrefatto, dopo aver raccolto i suoi effetti personali in teatro si allontanò a malincuore. In quel breve periodo di disoccupazione, Totò piombava nello sconforto totale, il morale si alzava solo quando riusciva a racimolare qualche soldo esibendosi in piccoli locali; nel corso di quelle esperienze, decise di puntare al genere teatrale, a lui più congeniale: il varietà. Progettò di presentarsi al capocomico napoletano Francesco De Marco, ma ebbe un ripensamento. L’attore inizio a ponderare l’idea di esibirsi da solo e dunque decise di mantenere come modello d’ispirazione Gustavo De Marco, che Totò, esercitandosi davanti allo specchio, riusciva ad imitare senza particolari sforzi. L’attore iniziò a ponderare l’idea di esibirsi da solo e dunque decise di ispirarsi a Gustavo De Marco, appena sentitosi pronto, decise di tentare al Teatro Ambra Jovinelli, che al tempo era la massima rappresentazione dello spettacolo di varietà, teatro che vide grandi artisti come Ettore Petrolini, Raffaele Viviani, Gennaro Pasquariello, Alfredo Bambi .

Emotivamente teso si presentò, al titolare del teatro, Giuseppe Jovinelli, un uomo rude, conosciuto e rispettato poiché in passato aveva avuto uno scontro con  un piccolo boss della malavita locale. Il breve colloquio andò inaspettatamente bene. Debuttò con delle macchiette di De Marco:

 

Il Bel Ciccillo, Vipera, e Paraguay, che ebbero un buon successo di pubblico e un impensabile entusiasmo da parte di Jovinelli. Totò firmò un contratto, il titolare spesso organizzava dei finti match tra Totò e il pugile Oddo Ferretti.  Il consenso del pubblico non compensava lo stile di vita dell’artista, la paga era molto bassa e non poteva neanche permettersi vesti eleganti e accessori raffinati o un taglio di capelli caratteristico alla Rodolfo Valentino. Totò in quel periodo fece amicizia con un barbiere, Pasqualino, il quale avendo conoscenze in campo teatrale impietosito dalle ristrettezze economiche del giovane riuscì a farlo scritturare dai proprietari del Teatro Sala Umberto I . Cosi Totò rinnovo il suo corredo teatrale ( che fino al quel momento era composto da un singolo abito di scena molto consumato); una logora bombetta, un tight troppo largo, una camicia lisa con il colletto basso,una stringa di scarpe per cravatta, un  paio di pantaloni corti e largi a zampa fosso, calze colorate, scarpe basse e nere. La sera dell’esordio l’attore diede il meglio di sé, lasciandosi andare a in mimiche facciali, piroette, e immancabili macchiette di Gustavo De Marco. Tra grida di bis ed applausi, l’esperienza al salone Umberto I segnò per Totò l’affermazione definitiva dello spettacolo di varietà, grazie ai maggiori guadagni, potè finalmente permettersi abiti eleganti e curare maggiormente il suo aspetto fisico, con i capelli impomatati e le basette alla Rodolfo Valentino. Prima di iniziare uno spettacolo, sbirciava sempre tra il pubblico alla ricerca della bella di turno alla quale dedicare la sua esibizione, che alle volte lo raggiungeva nel suo camerino durante l’intervallo o al termine dello spettacolo. Nel 1927 fu scritturato da Achille Maresca, titolare di diverse compagnie; Totò entrò a far parte prima della compagnia di cui era prima donna Isa Bluette, una delle soubrette più in voga del periodo, e poi dal 1928 di quella di Angela Ippaviz; gli autori erano Luigi Miraglia, e Anacleto Francini. Nella prima compagnia conobbe Mario Castellani, destinato a diventare in seguito una delle sue spalle più fedeli e apprezzate. Nel 1929, mentre si trovava a La Spezia con la compagnia di Achille Maresca, venne contattato dall’impresario Eugenio Aulicio per scritturarlo in alcuni spettacoli di Mario Mangi e di Eduardo Scarpetta, rimase impressionato negli occhi del pubblico in Messalina dove Totò improvvisò una scenetta in cui si arrampicò su per il sipario facendo smorfie e sberleffi agli spettatori, i quali andarono in delirio. Totò conosce Liliana Castagnola, vedendo alcune sue foto provocanti in abito da scena, rimane colpito.

La sciantosa, fino al quel momento era stata oggetto delle cronache mondane; fu espulsa dalla Francia con l’accusa di aver indotto due marinai al duello, e un suo amante geloso si tolse la vita dopo averle sparato due colpi di pistola, uno dei quali l’aveva ferita al viso lasciandole un frammento di proiettile che le causava forti dolori e per le quali assumeva tranquillanti. A causa della cicatrice, sebbene lieve, ella adottò la pettinatura a caschetto che le copriva guance e fronte. La donna giunse a Napoli nel dicembre 1929 scritturata dal Teatro Nuovo, e incuriosita dal veder recitare l’artista napoletano, si presentò una sera ad un suo spettacolo. Totò non si lasciò sfuggire l’occasione e iniziò a corteggiarla mandandole, alla pensione degli artisti dove lei abitava,mazzi di rose con un biglietto d’ammirazione, al quale lei rispose con una lettera d’invito. Furono questi gli inizi di un’intesa e tormentata storia d’amore. La Castagnola aveva per Totò un sentimento sincero e passionale, cercando una relazione stabile e sicura. Dopo il primo periodo iniziarono i problemi legati alla gelosia: Totò non sopportava l’idea che Liliana durante le sue tournèe, fosse corteggiata da molti ammiratori, e ciò lo indusse a pensare a eventuali tradimenti. Entrambi furono vittime di pettegolezzi, che portarono la donna in una profonda depressione e la loro relazione si deteriorò. Liliana, accrescendo un senso di attaccamento morboso al suo uomo, pur di restargli accanto propose di farsi scritturare nella sua stessa compagnia; ma Totò sentendosi oppresso dal comportamento della donna, fu più volte sull’orlo di lasciarla, fino a quando decise di accettare un contratto con la compagnia della soubrette “Cabiria”, che lo avrebbe portato a Padova.  L’epilogo fu che Liliana, sentitasi abbandonata dall’amato, si suicidò ingerendo un intero tubetto di sonniferi. Fu trovata morta nella sua stanza d’albergo, con al suo fianco una lettera d’addio a Totò:

 

« Antonio,potrai dare a mia sorella Gina tutta la roba che lascio in questa pensione. Meglio che se la goda lei, anziché chi mai mi ha voluto bene. Perché non sei voluto venire a salutarmi per l'ultima volta? Scortese, omaccio! Mi hai fatto felice o infelice? Non so. In questo momento mi trema la mano... Ah, se mi fossi vicino! Mi salveresti, è vero? Antonio, sono calma come non mai. Grazie del sorriso che hai saputo dare alla mia vita grigia e disgraziata. Non guarderò più nessuno. Te l'ho giurato e mantengo. Stasera, rientrando, un gattaccio nero mi è passato dinnanzi. E, ora, mentre scrivo, un altro gatto nero, giù per la strada, miagola in continuazione. 

Che stupida coincidenza, è vero?... Addio. Lilia tua »

 

Totò, che ritrovò il corpo esamine della donna il mattino seguente, ne rimase sconvolto; il peso della responsabilità, il non aver capito l’intensità dei sentimenti di lei e i rimorsi per aver pensato « ha avuto molti uomini, possono averla senza assumersi alcuna responsabilità », lo accompagnarono per tutta la vita, tanto che decise di seppellirla nella cappella dei De Curtis a Napoli, nella tomba sopra la sua, e decretò che, qualora avesse avuto una figlia, invece di battezzarla col nome della nonna paterna Anna, le avrebbe dato il nome di Liliana, cosa che poi effettivamente fece con la figlia Liliana De Curtis. Totò volle inoltre conservare un fazzoletto intriso di rimmel che raccolse la mattina del ritrovamento del corpo di Liliana, con il quale probabilmente  ella si asciugò le lacrime, in attesa della morte. In merito all'impegno già preso, la sera stessa partì per la tournée con la compagnia a Padova. Era il marzo del 1930. Tornato a Roma il mese successivo, si esibì nuovamente in numerosi spettacoli alla Sala Umberto I, dove ripropose il suo repertorio di macchiette e nuove creazioni, impersonando anche Charlot, come umile omaggio a Chaplin. Tornò poi a lavorare con l'impresario Maresca, dove iniziò una nuova tournée riproponendo i successi degli anni precedenti. Sempre nel 1930, anno dell'avvento del sonoro, Stefano Pittaluga, che produsse con la Cines La canzone dell'amore (il primo film italiano sonoro), era alla ricerca di nuovi volti da portare sul grande schermo. Le doti comiche di Totò non gli sfuggirono e, dato che era in procinto di produzione un film chiamato Il ladro disgraziato, gli fece fare un provino. La pellicola non vide mai la luce, anche per il fatto che il regista avrebbe voluto che Totò imitasse Buster Keaton, idea che all'attore non garbava. In tournée a Firenze conobbe l'allora sedicenne Diana Rogliani (la giovane età della ragazza suscitò inizialmente qualche riluttanza da parte di Totò), dalla quale ebbe una figlia che, in onore della compianta Castagnola, battezzò Liliana. Gli anni Trenta furono un periodo di grandi successi per il comico che, malgrado il guadagno non molto alto, si sentiva affermato: portò in scena, insieme alla sua prima spalla  Guglielmo Inglese (più avanti fu Eduardo  Passarelli), numerosi spettacoli in tutta Italia. Sulla traccia di copioni spesso approssimativi, Totò ebbe modo di dare sfogo alle risorse creative della sua comicità surreale, con mimiche grottesche e deformazioni / invenzioni linguistiche, interpretando anche Don Chisciotte e travestendosi addirittura da soubrette;  imparò così l'arte dei guitti, ossia quegli attori che recitavano senza un copione ben impostato (molte macchiette le ripropose poi nel suo repertorio cinematografico: "Il pazzo", "Il chirurgo", "Il manichino”), arte alla quale Totò aggiunse caratteristiche tutte sue, pronto a sbeffeggiare i potenti quanto a esaltare i bisogni e gli istinti umani primari: la fame, la sessualità, la salute mentale. Naturalmente, come si confà allo stile di Totò, tutto espresso con distinti doppi sensi senza mai trascendere nella volgarità. A plasmare questa sua forma d'espressione, fu il fatto di aver vissuto per anni in povertà, difatti lui stesso era del pensiero che "la miseria è il copione della vera comicità..." che "non si può essere un vero attore comico senza aver fatto la guerra con la vita". Acquisì quindi una sua originale personalità recitativa, diventando uno dei maggiori protagonisti della stagione dell'avanspettacolo. Nel 1933 si fece adottare dal marchese Francesco Maria Gagliardi Focas, per ereditarne così la lunga serie di titoli nobiliari.  L'anno successivo mise su casa a Roma insieme alla figlia Liliana e alla compagna Diana Rogliani (per la quale nutriva un'ossessiva gelosia), che sposò nell'aprile del 1935. Fu in quel periodo che alcune personalità importanti tentarono di imporlo nel cinema: tra di loro Umberto Barbaro e Cesare Zavattini,  che cercò infatti di inserirlo nella parte di “Blim" nel film Darò un milione di Mario Camerini - ruolo andato poi a Luigi Almirante. Il vero debutto avvenne nel 1937 con Fermo con le mani!: il produttore Gustavo Lombardo, fondatore della Titanus, scritturò Totò dopo averlo notato mentre era a pranzo in un ristorante di Roma.  La direzione fu affidata al regista Gero Zambuto. Il film però non ebbe gran successo; concepito con mezzi molto scarsi, l'intenzione primaria era proporre al pubblico italiano un'alternativa del personaggio di Charlot, di Chaplin. Nel 1938 Totò fu vittima di un infortunio: ebbe un distacco di retina traumatico e perse la vista dell'occhio sinistro, cosa di cui erano al corrente soltanto i familiari stretti e l'amico Mario Castellani. Nonostante l'incidente, trovò la forza di riaffacciarsi per un breve periodo al teatro d'avanspettacolo, la cui epoca, per lui gloriosa, giunse purtroppo al termine. In quel frattempo, causa il fatto che si sentiva come soffocato dal matrimonio e causa anche la sua opprimente gelosia nei confronti della giovane consorte (si dice che la tenesse perfino chiusa nel camerino mentre lui si esibiva), la sua vita coniugale entrò in crisi. Decise dunque di ritornare scapolo e si accordò con Diana per la separazione. In Italia non c'era la possibilità di divorzio, così dovettero chiedere lo scioglimento all'estero, in Ungheria, per far sì che fosse poi annullato in Italia. Dopo l'annullamento, i due continuarono comunque a vivere insieme, trasferendosi in Viale dei Parioli, insieme alla figlia. Dopo Fermo con le mani!, del quale Totò non si ritenne molto soddisfatto, ci fu, nel 1939, un secondo tentativo, che ebbe inizialmente problemi per i costi di produzione: Animali pazzi di Carlo Ludovico Bragaglia, dove Totò interpretò un doppio ruolo. Pure questo suo secondo film non fu del tutto riuscito, sebbene l'attore sfruttò al massimo le sue potenzialità "marionettistiche". Alla fine del 1939, andò in tournée a Massaua e Addis Abeba, in Etiopia, accompagnato da Diana Rogliani, Eduardo Passarelli e la soubrette Clely Fiamma, presentando lo spettacolo 50 milioni... c'è da impazzire!, scritto insieme a Guglielmo Inglese e già mostrato al pubblico italiano anni prima. Una volta rientrato in patria interpretò la sua terza pellicola, San Giovanni decollato, che fu sceneggiata, tra gli altri, da Cesare Zavattini, al quale venne affidata la regia dal produttore Liborio Capitani. Zavattini però non se la sentì e il compito passò ad Amleto Palermi. Il film fu un successo di critica: alcuni commenti sulla rivista Cinema e su L'Espresso elogiarono proprio la recitazione di Totò, la sua capacità espressiva, i suoi giochi di parole e i suoi movimenti snodati. Zavattini, che nutriva ammirazione artistica verso l'attore, scrisse per lui il soggetto Totò il buono, che non diventò mai un film ma servì allo sceneggiatore per la realizzazione del film Miracolo a Milano (1951), di Vittorio De Sica, con il quale instaurò uno dei sodalizi più celebri del neorealismo cinematografico italiano. Il quarto film fu L'allegro fantasma sempre di Amleto Palermi, dove a Totò vennero affidati tre ruoli differenti. Girato nell'autunno del 1940 (uscito poi a ottobre del '41), fu l'ultimo film che interpretò prima del suo ritorno a teatro. Questi primi esperimenti cinematografici surreali non ottennero il successo di pubblico che Totò aveva invece sul palcoscenico. 

Quando tornò a teatro, alla fine del 1940, l'avanspettacolo era già tramontato, sostituito dalla "rivista", un genere teatrale sorto a Parigi e dal carattere (almeno nel primo periodo) esclusivamente satirico - per quanto concesso dal regime fascista - presentato sotto forma di azioni sceniche ricche di allusioni e di accenni piccanti. In quel periodo l'Italia era da poco entrata in guerra e la ferrea censura del fascismo era attentissima a qualsiasi battuta ambigua o accenno negativo sul Governo di Mussolini. Totò debuttò al teatro Quattro Fontane di Roma insieme a Mario Castellani (da quel momento la sua "spalla" ideale) ed Anna Magnani(primadonna), con i quali instaurò un solido rapporto artistico e umano. La rivista era Quando meno te l'aspetti di Michele Galdieri, uno tra i grandi scrittori di riviste teatrali degli anni Quaranta. Totò strinse con Galdieri un sodalizio durato nove anni, con spettacoli scritti anche dall'attore stesso e messi in scena dagli impresari Elio Gigante e Remigio Paone; tra le riviste più note: Quando meno te l'aspetti, Volumineide, Orlando Curioso, Che ti sei messo in testa? e Con un palmo di naso. Causa la guerra, furono tempi difficoltosi anche per il teatro, per la mancanza di mezzi di trasporto, il divieto di circolazione delle auto private e soprattutto per i bombardamenti, in particolare a Milano, dove gli spettacoli venivano spesso interrotti e gli attori erano costretti ad allontanarsi verso il rifugio più vicino, senza avere il tempo di togliersi gli abiti di scena. Fu il periodo in cui Totò venne scritturato dalla Bossoli Film per riaprire una fessura nel cinema e prendere parte ad una nuova pellicola che comprendeva nel cast anche il pugile Primo Carnera, Due cuori fra le belve (ridistribuito dopo la guerra col titolo Totò nella fossa dei leoni), del regista Giorgio Simonelli, che venne girato con animali autentici. Nel maggio del '44, la rivista Che ti sei messo in testa (che avrebbe dovuto chiamarsi Che si son messi in testa?, un chiaro accenno ai tedeschi occupanti) creò problemi al comico napoletano, che dopo le prime rappresentazioni al teatro Valle di Roma, venne dapprima intimorito con una bomba all'entrata dal teatro, poi denunciato dalla polizia, insieme ai fratelli De Filippo, con un telegramma dal Comando Tedesco indirizzato al teatro Principe, che Totò non lesse mai; venne avvertito però da una telefonata anonima. Per evitare l'arresto, Totò, dopo aver allertato i fratelli De Filippo, si rifugiò con la ex moglie Diana e la figlia a casa di un amico in via del Gelsomino nei pressi della via Aurelia, all'estrema periferia ovest di Roma, mentre i De Filippo si nascosero in via Giosuè Borsi. Passati alcuni giorni Totò dovette comunque lasciare l'abitazione, per il fatto che molti suoi ammiratori lo avevano riconosciuto e quindi il nascondiglio non era più sicuro. Tornò a Roma, dove erano rimasti i genitori, e si segregò in casa fino al 4 giugno, il giorno della liberazione della capitale (secondo varie testimonianze avrebbe anche notevolmente contribuito ai finanziamenti della Resistenza romana). Il 26 giugno riprese a recitare: tornò al teatro Valle con la Magnani nella nuova rivista Con un palmo di naso, in cui diede libero sfogo alla sua satira impersonando il Duce (sotto i panni di Pinocchio), e Hitler, che dissacrò ulteriormente dopo l'attentato del 20 luglio 1944, rappresentandolo in un atteggiamento ridicolo, con un braccio ingessato e i baffetti che gli facevano il solletico, e mandando l'intera platea in estasi. Nel 1945, dopo alcune esibizioni nella capitale, a Siena e a Firenze, portando in scena la rivista Imputati, alziamoci! (in cui faceva la caricatura di Napoleone), Totò fu avvicinato al termine dello spettacolo da un partigiano che, indispettito da una sua battuta di risposta che accomunava ironicamente fascisti e partigiani, lo colpì al viso con un pugno. Totò, corso immediatamente al commissariato per denunciare il fatto, decise poi di lasciar correre senza sporgere querela. In quel periodo il sodalizio artistico con Anna Magnani si interruppe, quando l'attrice si rivelò al grande pubblico internazionale interpretando il ruolo della popolana Pina nel film Roma città aperta, diretto dal suo compagno Roberto Rossellini. Totò invece proseguì per la sua strada continuando col cinema e con il teatro e incidendo anche il suo unico disco 78 giri come cantante, interpretando canzoni non sue: Marcello il bello nel lato A e Nel paese dei balocchi - dove venne coadiuvato da Mario Castellani - nel lato B. Dopo la morte del padre (avvenuta nel settembre del '44), Giuseppe De Curtis, tra il 1945 e gli anni successivi Totò alternò teatro e cinematografia, dedicandosi anche alla creazione di canzoni e poesie, ma anche ad una buona lettura, diligendo in particolar modo Luigi Pirandello. Interpretò la sua sesta pellicola, Il ratto delle Sabine, con il regista Mario Bonnard, film che venne accolto da alcune critiche avverse, come quella di Vincenzo Talarico, che stroncò l'attore "augurandosi che rientrasse al più presto nei ranghi del teatro di rivista." Poi ci fu I due orfanelli, scritto da Steno e Agenore Incrocci e diretto da Mario Mattoli, con il quale Totò interpretò altri tre film tra il '47 al '49: Fifa e arena, Totò al giro d'Italia (il primo film in cui compariva il suo nome nel titolo) e I pompieri di Viggiù (tutti di buon successo e incasso); inoltre, era il tempo della rivista C'era una volta il mondo di Galdieri, composta da sketch rimasti famosi, come quello del Vagone letto,  con Totò al fianco di Isa Barzizza, la soubrette che debuttò nel film I due orfanelli e che proprio lui volle nella rivista, e Mario Castellani, la fedele "spalla" teatrale che lo accompagnò anche nel cinema, prendendo parte a quasi tutte le sue pellicole proprio per volere di Totò che, quando non c'erano ruoli disponibili, lo imponeva come aiuto-regista. 

La rivista C'era una volta il mondo ebbe tanto successo che venne presentata anche a Zurigo, recitata in italiano ma acclamata ugualmente dal pubblico svizzero per la genialità comica degli sketch. Spesso gli spettacoli di rivista di Totò si concludevano con la classica "passerella", col comico che correva tra il pubblico con una piuma sulla bombetta, al ritmo della fanfara dei Bersaglieri (scenetta riproposta nel film I pompieri di Viggiù). Nell'ottobre 1947, durante le repliche della rivista, la madre di Totò morì. Malgrado il grande dolore per la perdita di entrambi i genitori, l'attore non mischiò il lavoro con la vita privata, continuando ad essere il comico Totò nello spettacolo e il malinconico Antonio De Curtis al di fuori. Aprì anche una piccola parentesi come doppiatore, prestando la voce al cammello Gobbone nel film La vergine di Tripoli. Prima di riaffacciarsi al cinema, partì per alcune tournée a Barcellona, Madrid e altre città spagnole, dove recitò in spagnolo (senza avere padronanza della lingua) con Mario Castellani nella rivista Entre dos luces (Tra due luci), improvvisando una canzone non-sense a metà tra spagnolo e napoletano. Tornato in Italia, ebbe anche una piccola esperienza nel campo pubblicitario, facendosi fotografare a pagamento sulla rivista Sette che promuoveva i profumi Arbell. Da quando entrò nel mondo del cinema, furono copiosi i film che gli si presentarono davanti, e molti dei quali non venivano nemmeno realizzati per problemi di produzione o per sua rinuncia. Alcuni venivano girati contemporaneamente, in tempi ristrettissimi (la maggior parte in due o tre settimane) e su set spesso improvvisati, tanto che a volte era proprio la troupe che raggiungeva Totò nelle città in cui recitava a teatro. L'attore, complice la pigrizia, era sempre molto precipitoso quando gli venivano proposti dei progetti, ed essendo profondamente istintivo spesso non voleva conoscere nulla della pellicola che andava ad interpretare, affidandosi quindi alle sue qualità creative. Così, come sul palcoscenico, dava libero sfogo all'improvvisazione: il copione rappresentava solo un timido canovaccio per l'attore, che concepiva sul momento le gag e le battute; così tuttavia nacquero anche alcune delle sue scene cinematografiche più famose. 

«Era imprevedibile... recitava a braccio», testimoniò Nino Taranto; «Certe sue folli improvvisazioni durante la recitazione erano geniali e insostituibili» espresse invece Vittorio De Sica. Secondo alcuni commenti, invece - come quelli di Carlo Croccolo, Giacomo Furia e Steno - Totò si rinchiudeva nel suo camerino a provare e riprovare le sue battute prima dello spettacolo o delle riprese, rileggeva il copione e modificava i passaggi che non lo convincevano, insieme all'amico Mario Castellani e agli attori coinvolti. Le differenze tra teatro e cinema crearono inizialmente non pochi disordini per l'attore, che, essendosi formato con lo stile teatrale e quindi con un'unica esecuzione dal vivo, dopo i primi ciak tendeva a perdere la concentrazione.  Doveva perciò essere colto "al volo" per poter recitare al massimo; quindi la troupe doveva prima preoccuparsi di sistemare le luci e di preparare la scena con una controfigura, facendo anche qualche prova. Quando tutto era pronto, si poteva far intervenire Totò. Un'altra delle differenze tra le due forme d'arte, di cui il comico risentì molto inizialmente, fu il fatto di non riuscire a comunicare direttamente con il pubblico, uno dei particolari che più amava del teatro. Proprio per questo, di solito, i registi (in particolare Bragaglia, con il quale instaurò un solido rapporto artistico) e i membri della troupe lo spronavano dopo lo stop con un applauso, in modo da dargli maggiore carica ed entusiasmo. Un altro inconveniente furono gli orari: Totò, abituato agli orari teatrali, non si alzava mai prima di mezzogiorno essendo poi un assertore della teoria che l'attore "al mattino non può far ridere”, girava nel cosiddetto orario francese, dalle 13 alle 21. Si stancava poi per le lunghe pause e attese che il cinema comporta, e inoltre, essendo molto superstizioso, si rinchiudeva in casa e non lavorava mai di martedì e di venerdì, 13 o 17. Fattori che creavano non pochi problemi per le riprese. Complicazioni particolari ci furono per Totò al giro d'Italia, dove erano coinvolti molti ciclisti famosi dell'epoca come Bartali, Coppi, Bobet, Magni; l'attore, non arrivando in orario, creava difficoltà. Nella stagione 1949/1950 ottenne l'ultimo successo a teatro con la rivista Bada che ti mangio!, costata ben cinquanta milioni, che debuttò al teatro Nuovo di Milano nel marzo del '49, dopodiché Totò si allontanò dal palcoscenico per dedicarsi esclusivamente al cinematografo.  

Dopo I pompieri di Viggiù, lavorò anche con Eduardo De Filippo nel suo film Napoli milionaria, che accettò di interpretare senza compenso, in segno dell'affettuosa amicizia che lo legava ad Eduardo. I due attori, sebbene si fossero in seguito progettati altri film da realizzare insieme, non ebbero più modo di rincontrasi sul set, apparvero solo in episodi diversi ne L'oro di Napoli di Vittorio De Sica e fecero un breve cameo ne Il giorno più corto. Nel 1950 Totò rinunciò alla proposta di avere un ruolo, insieme al francese Fernandel, nel film di produzione italo-francese Atollo K, dove avrebbe avuto l'opportunità di recitare insieme a Stan Laurel e Oliver Hardy, la famosa coppia comica conosciuta in Italia come Stanlio e Olio. Tra il 1949 e il 1950, oltre a Napoli milionaria, interpretò ben altri nove film, tra i quali alcune parodie: Totò le Mokò, Totò cerca moglie, Figaro qua, Figaro là, Le sei mogli di Barbablù, 47 morto che parla, tutti diretti da Carlo Ludovico Bragaglia, poi L'imperatore di Capri di Luigi Comencini, Totò Tarzan e Totò sceicco (dove s'invaghì dell'attrice Tamara Lees) di Mario Mattoli, Yvonne la nuit di Giuseppe Amato, Totò cerca casa di Steno e Mario Monicelli, un'efficace parodia del neorealismo sulla crisi degli alloggi, che suscitò un po' d'indignazione da parte della censura. Questi film (quale più quale meno) ebbero un buon successo di pubblico, ma non di critica, che già dalle pellicole precedenti cominciò a non gradire lo stile surreale di Totò. Commentando in modo ironico queste avversità da parte dei critici, il principe osservò che probabilmente si era "guastato col crescere". La morte dei genitori fu l'avvio di uno squilibrio familiare: nel 1951 Diana Rogliani, in seguito a un violento litigio, se ne andò di casa e si sposò; altrettanto fece, appena maggiorenne, e contro la volontà di Totò, la figlia Liliana, unendosi in matrimonio con Gianni Buffardi, figliastro del regista Carlo Ludovico Bragaglia. Totò restò solo, e in quel breve lasso di tempo scrisse la nota canzone Malafemmena, che concepì durante una pausa di lavorazione del suo nuovo film Totò terzo uomo, a cui seguirà Sette ore di guai. La canzone sembra che l'abbia scritta proprio per la ex moglie Diana, alla quale era ancora molto legato, ma i giornali dell'epoca affermavano che l'avesse dedicata a Silvana Pampanini, un'attrice con la quale recitò in 47 morto che parla e alla quale, in quel periodo, faceva la corte mandandole mazzi di rose e scatole di cioccolatini, arrivando a chiederla perfino in sposa (uno dei motivi per la brusca separazione con la Rogliani), la donna però lo respinse. A parte le oscurità e le delusioni, il 1951 fu un anno importante per la carriera cinematografica dell'attore. Dopo il successo di Totò cerca casa, venne richiamato da Steno e Mario Monicelli per interpretare il ruolo del ladro Ferdinando Esposito in Guardie e ladri, al fianco di quell'attore che fu uno dei suoi amici più affezionati e una delle sue migliori "spalle", capace di rispondere colpo su colpo alle improvvise e "aggressive" battute di Totò, Aldo Fabrizi. Per Guardie e ladri Totò era all'inizio riluttante, il ruolo offertogli era finalmente reale, diverso dai suoi precedenti personaggi e inserito in un contesto decisamente più drammatico. Il film ebbe inizialmente problemi con la censura, ma appena uscito nelle sale fu un successo unanime: alti incassi, grande apprezzamento di pubblico e plauso inatteso da parte della critica. Nello stesso anno interpretò, sempre per la regia di Monicelli e Steno, Totò e i re di Roma, l'unico film che lo vide recitare con Alberto Sordi. L'anno seguente fu premiato con un nastro d’argento per la sua interpretazione in Guardie e ladri, e l'opera venne presentata al Festival di Cannes 1952, dove si aggiudicò il premio per la migliore sceneggiatura l'anno in cui l'attore collaborò a Siamo uomini o caporali?, la sua biografia (che si ferma nel 1930 - dopo il suicidio di Liliana Castagnola) curata da Alessandro Ferraù ed Eduardo Passarelli. Totò impersona Pinocchio nel film Totò a colori (1952), riproponendo alcuni movimenti della macchietta de Il bel Ciccillo. Proprio nel 1952 Totò rimase colpito da una giovane sulla copertina del settimanale "Oggi", Franca Faldini. Le mandò subito un mazzo di rose con un biglietto: «Guardandola sulla copertina di “Oggi” mi sono sentito sbottare in cuore la primavera», poi le telefonò per invitarla a cena, la ragazza accettò solo quando Totò ebbe modo di farsi presentare.  La Faldini, appena ventunenne, era da poco tornata dagli Stati Uniti, dove aveva preso parte al film Attente ai marinai! con Dean Martin e Jerry Lewis. Dopo essersi frequentati per circa un mese annunciarono il loro fidanzamento. Sebbene restassero insieme fino alla morte dell'artista, la loro relazione, che non arrivò mai al matrimonio, fu più volte sull'orlo di essere troncata, per il fatto di essere due persone caratterialmente molto diverse; un motivo, tra l'altro, fu la differenza di età di trentatré anni. La situazione di convivenza senza un legame matrimoniale creò scandalo all'epoca, tanto che, pochi anni più avanti, i due, stanchi di essere tormentati dai paparazzi e dai giornalisti (che li definivano "pubblici concubini"), furono costretti a fingere di essersi uniti in matrimonio all'estero, un espediente che comunque non funzionò sino in fondo. Franca Faldini comparve anche nel cast di alcuni film del compagno, il primo a cui partecipò fu Dov'è la libertà?, di Roberto Rossellini, che avendo apprezzato Totò in Guardie e ladri, lo scritturò per il suo film. La lavorazione non fluì come previsto, venne girato nel 1952 e uscì nelle sale due anni dopo, per il fatto che nel corso delle riprese Rossellini si disinteressò della pellicola e si allontanò spesso dal set. Molte sequenze furono quindi girate dal regista Lucio Fulci, e sembra che abbiano messo mano anche Mario Monicelli e Federico Fellini. Insieme alla Faldini, girò poi Totò e le donne, nuovamente diretto da Steno e Monicelli, dove Totò recitò per la prima volta con Peppino De Filippo, con il quale formò in seguito una delle coppie più popolari del cinema italiano. Dopo che Steno e Monicelli si divisero, entrambi realizzarono, ciascuno per proprio conto, altri film con Totò. Il primo sfruttò la sua comicità surreale, il secondo proseguì sull'umanizzazione del personaggio (cominciata proprio con Guardie e ladri).  Il primo grande risultato raggiunto da Steno fu Totò a colori - gran successo e incassi altissimi uno dei primi film italiani a colori, girato col sistema "Ferraniacolor", in cui vennero riproposti alcuni dei suoi sketch teatrali, come quello di Pinocchio o del Vagone letto con Castellani e Isa Barzizza. Durante le riprese del film, Totò, a causa delle potenti luci usate sul set (che addirittura gli causarono una lieve infiammazione ai capelli) e alla sua vista già precaria, iniziò ad avere ulteriori problemi, fino a svenire in seguito a dei forti dolori accusati all'occhio destro, il solo con cui vedeva poiché all'altro ebbe, nel 1938, un distacco di retina.

Continuò comunque a lavorare. Nel 1953, in seguito ad alcune illustrazioni di Totò il buono disegnate dallo sceneggiatore Ruggero Maccari su Tempo illustrato, furono (con l'ovvio consenso dell'attore) stampati e distribuiti degli albi a fumetti di Totò, rappresentato naturalmente in forma caricaturale, raccolti in una collana chiamata semplicemente Totò a fumetti, che illustrava storie liberamente ispirate ad alcune sue esibizioni teatrali. La collana venne pubblicata dalle Edizioni Diana di Roma. Nel 1954, un suo brano musicale, Con te, dedicato a Franca Faldini, fu presentato al Festival di Sanremo, classificandosi al 9º posto nella graduatoria finale. La canzone venne interpretata da Achille Togliani, Natalino Otto e Flo Sandon's. Nello stesso anno, i giornali annunciarono che Totò avrebbe interpretato un film muto scritto da Age e Scarpelli, purtroppo il progetto fu presto annullato per il rifiuto dei produttori. Girare un film del genere sarebbe stata una grande soddisfazione per il comico, che affermò: «Il mio sogno è girare un film muto, perché il vero attore, come il vero innamorato, per esprimersi non ha bisogno di parole»; e fu proprio durante una vacanza sulla Costa Azzurra, in un periodo imprecisato degli anni cinquanta, che ebbe un'occasione unica di conoscere nientedimeno che il maestro del muto Charlie Chaplin, quando il suo yacht si ritrovò per caso accanto all'imbarcazione dell'artista inglese. Ma Totò, da sempre bloccato dall'insicurezza e dai complessi d'inferiorità, e pensando poi che l'altro non lo avrebbe riconosciuto per la sua poca popolarità all'estero, rinunciò a salutarlo. Tra il 1953 e il 1955 interpretò diciassette film, lavorò nuovamente con Steno in L’uomo, la bestia e la virtù (dall'omonima commedia di Luigi Pirandello), dove nel cast era presente anche Orson Welles, poi con Mattòli ne Il più comico spettacolo del mondo (uno dei primi film italiani tridimensionali), e nella trilogia scarpettiana: Un turco napoletano, Miseria e nobiltà e Il medico dei pazzi. Fu anche chiamato dall'amico Aldo Fabrizi che lo volle per il film Una di quelle, al fianco di Peppino De Filippo, Lea Padovani e lo stesso Fabrizi; la pellicola (ridistribuita successivamente col titolo di Totò, Peppino e… una di quelle), dal tono drammatico e sentimentale, non ottenne il successo sperato. Si incontrò nuovamente anche con Monicelli, con il quale girò Totò e Carolina, film uscito nelle sale dopo un anno e mezzo dal termine della lavorazione perché massacrato dai tagli della censura, che era infastidita principalmente dai palesi riferimenti comunisti e dal fatto che Totò interpretasse un poliziotto, e per di più in un atteggiamento che tendeva a ridicolizzarsi. Fondò poi la società di produzione D.D.L., con sede legale al suo domicilio, collegata a Dino De Laurentiis e all'amministratore di Totò, Renato Libassi. Ebbe l'opportunità di lavorare con Alessandro Blasetti e anche Camillo Mastrocinque, con il quale girò molte pellicole di successo. La sua vita privata però, non scorreva tranquilla come quella di spettacolo: Franca Faldini, in seguito ad un parto drammatico, diede alla luce il figlio di Totò, Massenzio; il bambino, nato di otto mesi, morì dopo alcune ore. Superato il dolore della perdita del figlio, al quale Totò reagì malissimo rinchiudendosi in casa per settimane, nel 1956 ritornò sul set interpretando a catena quattro film di Camillo Mastrocinque, che raggiunse il punto più alto del suo sodalizio con l'attore dirigendolo in Totò, Peppino e la... malafemmina (in cui si colloca la nota scena della “lettera”) e ne La banda degli onesti, scritto da Age e Scarpelli e interpretato insieme a Peppino e Giacomo Furia. Ma la tentazione di ritornare a teatro lo vinse, e, spronato anche dall'impresario Remigio Paone, recitò nella rivista A prescindere (che prendeva il nome da un suo modo di dire), che debuttò al teatro Sistina di Roma alla fine del '56, e che venne portata in tournée in tutta Italia. Nel mese di febbraio del 1957, a Milano, Totò venne colpito da una broncopolmonite virale, e nonostante i pareri dei medici che gli dissero di riposare, tornò sul palco dopo alcuni giorni, ciò gli causò uno svenimento appena prima di entrare in scena. I medici gli prescrissero almeno due settimane di assoluto riposo, ma Totò ritornò ugualmente a recitare esibendosi a Biella, Bergamo e Sanremo, dove cominciò ad avvertire i primi sintomi dell'imminente malattia alla vista. 

Il 3 maggio la situazione precipitò: mentre recitava al Teatro Politeama Garibaldi di Palermo si avvicinò alla Faldini (che aveva sostituito l'attrice Franca May e recitava sul palco insieme a lui) sussurrandole che non vedeva più; contando perciò solo sulle sue abilità e sull'appoggio degli altri attori, fece in modo di accelerare la conclusione dello spettacolo. Nonostante lo sconforto e la totale cecità, cercò di resistere e, per non deludere il pubblico ritornò sul palcoscenico - con un paio di spessi occhiali da sole - la sera del 4 maggio e, in due spettacoli, del 5. L'interruzione della rivista fu comunque inevitabile. Inizialmente i medici attribuirono la cecità a un problema derivato dai denti, ma alla fine gli fu diagnosticata una corioretinite emorragica all'occhio destro. L'impresario della compagnia, Remigio Paone, non credendogli, richiese una visita fiscale e avrebbe preteso anche che Totò tornasse a recitare. Totò in un primo tempo fu completamente cieco, e anche dopo dei lievi miglioramenti e una volta riassorbita l'emorragia non riuscì più a riacquisire integralmente la vista. Dovette abbandonare definitivamente il teatro, continuando però con il cinema: in quell'anno restò quasi inattivo e interpretò solo un film, Totò, Vittorio e la dottoressa di Mastrocinque, ma le sue capacità recitative, malgrado la malattia, non si affievolirono mai. L'unico problema era il doppiaggio, quando alcune scene dei film non venivano girate in presa diretta, non poteva doppiarsi poiché non era in grado di vedersi sullo schermo e non poteva sincronizzare le battute con il movimento labiale; in tali occasioni, veniva doppiato da Carlo Croccolo. Per problemi economici fu costretto a vendere alcune proprietà, e successivamente decise di soggiornare per qualche giorno a Lugano, pensando di trasferirvisi definitivamente per motivi fiscali, ma ritornò a Roma e si spostò in un appartamento in affitto in Viale dei Parioli con Franca Faldini, che gli rimase sempre vicino, insieme a suo cugino Eduardo Clemente, che gli faceva da segretario e factotum, e al suo autista Carlo Cafiero, che di solito lo accompagnava sul set. Pur non coltivando molto interesse per l'ambito televisivo, nel '58 accettò l'invito come ospite d'onore nel programma Il Musichierecondotto da Mario Riva, con il quale aveva lavorato anni prima in alcuni film e riviste teatrali. Durante la trasmissione Totò si lasciò scappare un «Viva Lauro!», riferendosi ad Achille Lauro, l'allora capo del Partito Monarchico Popolare; questa sua sgradita, seppur scherzosa, considerazione politica, gli costò un allontanamento dal piccolo schermo (salvando alcune interviste in privato) sino al 1965, quando duettò con Mina a Studio Uno. Dopo il forzato distacco dalla televisione, riprese a lavorare nel cinema. Sempre nel '58 recitò con l'attore francese Fernandel in La legge è legge e, tra le altre pellicole, prese parte al celebre film I soliti ignoti di Mario Monicelli, interpretando lo scassinatore in pensione Dante Cruciani e recitando, tra gli altri, con Vittorio Gassman e Marcello Mastroianni. In quel periodo gli venne assegnato il Microfono d'argento e in seguito una Targa d'Oro dall'ANICA, per il suo contributo al cinema italiano e per la sua lunga carriera artistica. Nel '59 la sua salute peggiorò, durante la lavorazione del film La cambiale ebbe una ricaduta e non lavorò per due settimane, prima di concludere le riprese. Seguendo i consigli medici si concesse alcuni mesi di riposo, e dopo essersi ripreso inviò una sua canzone, Piccerella Napulitana, al Festival di Sanremo 1959, che però fu scartata, insieme ad un'altra di Peppino De Filippo. Totò accettò comunque di occupare il posto come presidente della giuria al Festival, in seguito alle insistenze di Ezio Radaelli, rifiutando tra l'altro un cospicuo pagamento giornaliero; però, in seguito a un disaccordo col resto della commissione, abbandonò prestissimo l'incarico. Proprio all'apice del successo, l'agenzia artistica statunitense Ronald A. Wilford Associates di New York desiderava scritturarlo per uno spettacolo da rappresentare in America, insieme a Maurice Chevalier, Marcel Marceau e anche Fernandel. Naturalmente Totò non se la sentì e preferì rimanere in Italia a continuare in modo più "rilassante" con la cinematografia, rifiutando così, anche se malvolentieri, un'offerta importante e un altissimo compenso. Nel 1961 gli venne comunicato che era vincitore della Grolla d'oro alla carriera, con la motivazione: «Al merito del cinema, per aver da lunghi anni onorato l'estro e il genio del Teatro dell'Arte». Ma la sua salute e i suoi impegni non gli permisero di partecipare alla premiazione a Saint-Vincent e la Grolla fu assegnata ad un altro attore. Nonostante la malattia, Totò (da sempre fumatore) continuava a fumare fino a novanta sigarette al giorno.  Cercò comunque di non rallentare troppo la sua già allora consistente produzione di film; e per il timore di perdere il lavoro e l'affetto del suo pubblico, cominciò ad accettare qualsiasi copione: aprì una parentesi con il regista Lucio Fulci ne I ladri e tornò con Steno nel film I tartassati, nuovamente al fianco di Aldo Fabrizi, a cui si aggiunse in un ruolo secondario l'attore francese Louis de Funès. Sebbene fosse quasi completamente cieco (vedeva solo dai lati degli occhi), tanto da dover indossare un pesante paio di occhiali scuri che toglieva soltanto per le riprese, si muoveva sul set con assoluta disinvoltura ed era come se tornasse, solo per un attimo, a vedere; cosa che proprio lui affermò: 

 

« Appena sento il ciak, vedo tutto. È un effetto nervoso »

 

Tra i tanti film interpretati negli anni Sessanta, oltre ai numerosi con Peppino e alcuni con Fabrizi, di buon successo furono Totòtruffa 62 di Camillo Mastrocinque, Gli onorevoli e la commedia amara I due marescialli di Sergio Corbucci, poi I due colonnelli di Steno (ricordato per la scena della “carta bianca”) e Risate di gioia di Monicelli, che segnò una tappa importante per Totò, dato che fu l'unica volta che recitò sul set insieme all'amica e compagna storica di teatro Anna Magnani. Non mancarono poi le parodie, come Totò contro Maciste, Totò e Cleopatra e Totò contro il pirata nero di Fernando Cerchio, che altro non furono che delle comiche rivisitazioni mitologiche dei film Peplum, a cui si aggiunsero Che fine ha fatto Totò Baby? (esplicita parodia di Che fine ha fatto Baby Jane?) di Ottavio Alessi e Totò diabolicus di Steno, quest'ultimo una parodia del genere giallo-poliziesco dove Totò concepì una delle sue prove recitative più complesse e riuscite, dando volto e fattezze a ben sei personaggi differenti. In aggiunta, la fama che Totò vantava tra il pubblico, da sempre sfruttata dai produttori, venne usata come una sorta di veicolo pubblicitario o di lancio per cantanti quali Johnny Dorelli, Fred Buscaglione, Rita Pavone, Adriano Celentano, e per piccoli attori come Pablito Calvo che, già interprete di Marcellino pane e vino, recitò poi in Totò e Marcellino. Esplorò anche il filone notturno-sexy insieme a Erminio Macario in Totò di notte n. 1 e Totò sexy, due tra i film più fiacchi della sua carriera.  Nel gennaio del 1964 venne pubblicizzata la notizia dell'uscita del suo centesimo film, annunciato come il suo primo interamente drammatico, Il comandante. Diretto da Paolo Heusch e scritto da Rodolfo Sonego (sceneggiatore di fiducia di Alberto Sordi), richiese complessivamente otto settimane di lavoro, più del doppio rispetto alla media dei film di Totò. La notizia diede luogo a festeggiamenti e riconoscimenti, Totò ricevette perfino la "Sirena d'oro" e agli incontri internazionali del cinema venne accolto da un applauso interminabile, poche settimane dopo fu intervistato da Lello Bersani, per Tv7, e da Oriana Fallaci, per L'Europeo. Ma nonostante tutto, il film, che in realtà era l'ottantaseiesimo, si rivelò un insuccesso, presso l'editore Fausto Fiorentino di Napoli, pubblicò la famosa poesia 'A livella, che in origine si chiamava Il due novembre, per la quale vinse anche un premio. Nel 1965 conobbe un giovane Pasquale Zagaria che, interprete d'avanspettacolo, era stato consigliato dal titolare del teatro Jovinelli di rivolgersi a Totò al fine di trovare lavoro nel cinema. In quell'occasione Totò gli suggerì di cambiare il suo nome d'arte, che era Lino Zaga, spiegando che i diminutivi dei nomi portassero bene e quelli dei cognomi portassero male. Da allora il giovane attore si conferì lo pseudonimo di Lino Banfi. Proprio quasi fuori tempo massimo, al culmine della sua carriera, arrivarono proposte importanti da cineasti come Alberto Lattuada, Federico Fellini e Pier Paolo Pasolini. Col primo fece, nel '65, il film La mandragola, nel ruolo di Fra' Timoteo, che interpretò in modo brillante. Il secondo lo avrebbe voluto per il film Il viaggio di G. Mastorna, dove erano previsti nel cast anche Mina, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia. Lavorare con Fellini era sempre stata una delle maggiori ambizioni di Totò, ma la pellicola purtroppo non fu mai realizzata. L'incontro con Pasolini, invece, fu uno dei più importanti e inaspettati dell'intera carriera cinematografica di Totò. La prima opera realizzata insieme fu Uccellacci e uccellini, che Totò accettò senza condividere appieno il suo personaggio e la poetica del regista; ormai il suo intento principale era produrre opere di qualità, per la solita paura di essere dimenticato dal pubblico. Pasolini lo scelse perché rimase affascinato dalla sua "maschera", che riuniva perfettamente "l'assurdità e il clownesco con l'immensamente umano". 

Per la prima volta Totò, durante la lavorazione di un film, si sentì in qualche modo smorzato, per volere di Pasolini che lasciava poco spazio ai suoi lazzi e alle sue improvvisazioni, rispetto a come era solitamente abituato con gli altri registi. Uccellacci e uccellini, opera di grande forza poetica, fin dall'inizio fu oggetto di discussioni e controversie, anche se fu quasi unanime il riconoscimento della grande interpretazione di Totò, che, lodato dalla critica, conseguì una menzione speciale al Festival di Cannes e il suo secondo nastro d’argento, e, per esprimere la sua soddisfazione, ringraziò la giuria dei critici cinematografici italiani attraverso una breve dichiarazione scritta. Prima di ritornare con Pasolini, ottenne un ruolo in Operazione San Gennaro di Dino Risi, accanto a Nino Manfredi. Nel '67 girò con Pasolini il cortometraggio La terra vista dalla luna, episodio del film collettivo Le streghe, tratto dal racconto di Pasolini mai pubblicato Il buro e la bura; poi Che cosa sono le nuvole?, un episodio del film Capriccio all'italiana, dove l'attore prese parte anche a un altro corto di Steno.

 

Furono le sue ultime pellicole. Venne chiamato anche da Nanni Loy per Il padre di famiglia, di nuovo con Manfredi, in un ruolo di un anziano anarchico che vive vendendo calzini e mutande ai compagni della sinistra; film destinato a collocarsi fra i tanti progetti non realizzati da Totò, poiché girò la prima scena (per spiacevole casualità, quella d'un funerale) e morì due giorni dopo. Totò incontrò la televisione già nel 1958, insieme a Mario Riva nel programma Il Musichiere. Fece ritorno solo nel 1965, invitato da Mina nella trasmissione Studio Uno, partecipando a due puntate: nella prima, subito accolto da un lunghissimo applauso, presentò la sua canzone Baciami, lasciando cantare Mina mentre lui interveniva facendo da contrappunto alle parole della canzone con qualche sua classica battuta. Nella seconda puntata, nel 1966, ripropose invece un vecchio sketch (Pasquale) con Mario Castellani. La scenetta venne poi incisa, insieme alla poesia 'A livella, in un disco 33 giri dell'attore. Nel suo ultimo periodo di vita, mise in lavorazione alcuni caroselli e una serie per la tv chiamata Tutto Totò, comprendente nove telefilm a cura di Bruno Corbucci e diretti da Daniele D'Anza. La serie, nata da un'idea di Mario Castellani, doveva essere inizialmente diretta da Michele Galdieri (l'autore di molte riviste di Totò), ma morì prima che iniziasse la lavorazione. L'attore lavorava non più di quattro ore nel pomeriggio, ma nonostante tutto era ancora in grado di padroneggiare la scena. Il ciclo andò in onda dopo la sua morte, dal maggio al luglio del '67, per poi essere replicato dieci anni più tardi. Positiva fu l'accoglienza del pubblico, più fredda quella della critica, che sottolineava come la comicità di Totò non apparisse al meglio in quanto alla realizzazione frettolosa e approssimativa. Alcuni giorni prima della sua morte, Totò disse di chiudere in fallimento e che nessuno lo avrebbe ricordato, dichiarò di non essere stato all'altezza delle infinite possibilità che il palcoscenico offre (riferendosi chiaramente alla sua vera e unica passione, il teatro) e si rimproverò del fatto che avrebbe potuto fare molto di più. Morì nella sua casa di Via dei Monti Parioli, 4; alle 3:30 del mattino (l'ora in cui era solito coricarsi) del 15 aprile 1967, all'età di 69 anni: venne stroncato da un infarto dopo una lunga agonia, tanto sofferta che lui stesso pregò i familiari e il medico curante di lasciarlo morire. Proprio la sera del 13 aprile confessò al suo autista Carlo Cafiero: «Cafie', non ti nascondo che stasera mi sento una vera schifezza». Secondo la figlia Liliana, le sue ultime parole furono: 

 

«Ricordatevi che sono cattolico, apostolico, romano», mentre a Franca Faldini disse: 

 

«T'aggio voluto bene Franca, proprio assai.»

 

Nonostante l'attore avesse sempre espresso il desiderio di avere un funerale semplice, ne ebbe addirittura tre. Il primo nella capitale, dove morì. La sua salma fu vegliata per due giorni dalle principali personalità dello spettacolo e non, giunte da tutta Italia per commemorarlo e rimpiangerlo. Fu accompagnata da più di duemila persone nella chiesa Sant'Eugenio, sul Tevere, dove si svolse la cerimonia funebre. Tra le personalità dello spettacolo presenti, all'interno della chiesa si notarono Alberto Sordi, Elsa Martinelli, Olga Villi, Luigi Zampa e Luciano Salce; parteciparono anche i registi che lo avevano sempre ignorato, e i critici che lo avevano avversato e considerato un artista inconsistente e volgare. Sulla sua bara furono poggiati la famosa bombetta con cui aveva esordito e un garofano rosso, la cerimonia si limitò a una semplice benedizione a causa delle difficoltà create dalle autorità religiose, perché con Franca Faldini l'attore non era sposato, addirittura fu fatta uscire di casa mentre il prete benediceva la salma di Totò. Il secondo si svolse a Napoli, la sua città natale alla quale era particolarmente legato e la sua gioia più grande sarebbe stata proprio ritornare lì, così fu: Il 17 aprile di pomeriggio il feretro partì verso la città, scortato da circa trenta vetture. La città sospese dalle 16 alle 18,30 ogni attività, fu interrotto il traffico, i muri delle strade furono riempiti di manifesti di cordoglio, le serrande dei negozi vennero abbassate e socchiusi i portoni degli edifici in segno di lutto. Tra gli altri personaggi dello spettacolo ed amici stretti, ad attendere il feretro, c'erano i fratelli Nino e Carlo Taranto, Ugo D'Alessio, Luisa Conte, Dolores Palumbo. A causa della grande affluenza, il furgone che trasportava la salma impiegò due ore per raggiungere la chiesa di Sant'Eligio, dove si svolsero i funerali di fronte alla folla di circa 250 000 persone, tra bandiere, stendardi e corone.  L'orazione funebre venne tenuta da Nino Taranto:

 

« Amico mio, questo non è un monologo, ma un dialogo perché sono certo che mi senti e mi rispondi, la tua voce è nel mio cuore, nel cuore di questa Napoli, che è venuta a salutarti, a dirti grazie perché l'hai onorata. Perché non l'hai dimenticata mai, perché sei riuscito dal palcoscenico della tua vita a scrollarle di dosso quella cappa di malinconia che l'avvolge. Tu amico hai fatto sorridere la tua città, sei stato grande, le hai dato la gioia, la felicità, l'allegria di un'ora, di un giorno, tutte cose di cui Napoli ha tanto bisogno. I tuoi napoletani, il tuo pubblico è qui, ha voluto che il suo Totò facesse a Napoli l'ultimo "esaurito" della sua carriera, e tu, tu maestro del buonumore questa volta ci stai facendo piangere tutti. Addio Totò, addio amico mio, Napoli, questa tua Napoli affranta dal dolore vuole farti sapere che sei stato uno dei suoi figli migliori, e che non ti scorderà mai, addio amico mio, addio Totò. »

 

Dopo il rito funebre, le autorità furono costrette a far uscire la salma da una porta secondaria, all'interno della basilica si susseguirono scene di panico e anche svenimenti; ci furono quattro feriti, due donne e due agenti, in seguito all'enorme scompiglio causato. Il corpo di Totò venne così scortato da motociclisti della polizia al Cimitero del Pianto, ove ad attendere c'erano Franca Faldini, la figlia Liliana con il marito, Eduardo Clemente e Mario Castellani, che per via della straripante folla decisero di non assistere alla funzione religiosa e raggiunsero direttamente in auto il cimitero. Totò fu sepolto nella tomba di famiglia accanto ai genitori, al piccolo Massenzio e all'amata Liliana Castagnola.  

Il terzo funerale lo volle organizzare un capo guappo del Rione Sanità, nel suo quartiere, che si tenne il 22 maggio, cioè pochi giorni dopo il trigesimo; ad esso aderì un numero altrettanto vasto di persone, nonostante la bara dell'attore fosse ovviamente vuota Eduardo De Filippo, con un partecipato articolo, lo ricordò dalle pagine del quotidiano Paese Sera nel giorno della sua scomparsa. 

 

Teatrografia

 

1928: Madama Follia di Ripp  (Luigi Miraglia) e Anacleto Francini

 

1928: Il Paradiso delle donne

 

1928:  Mille e una donna 

 

1928: Girotondo 

 

1928: Peccati …. e poi Virtudi 

 

1928: Sì, sì, Susettte 

 

1928 : La stella di Charleston

 

1929: Monna Eva 

 

1929: La giostra dell’amore 

 

1929: Messalina  di Kokasse (pseudonimo di Mario Mangini ) e Maria Mascaria (pseudonimo di Maria Scarpetta, figlia di Eduardo Scarpetta)

 

1919: Santarellina 

 

1929: Miseria e nobiltà

 

1929/ Amore e cinema 

 

1929/ Il processo di Mary Dè Can 

 

1929/ Bacco, Tabacco e Venere 

 

1930/ I tre moschettieri 

 

1931/ La vile seduttrice 

 

1931/  La vergine di Budda 

 

1932/  Colori nuovi 

 

1932/ Ridi che ti passa 

 

1932/ Era lui, si … sì! Era lei ! no … no !

 

1932/ La vergine Indiana 

 

1932/ Totò, Charlot per amore 

 

1933/ Al Pappagallo 

 

1933/ Questo non è sonno 

 

1933/ Il mondo è tuo, scritto da Antonio De Curtis e Cliquette (pseudonimo di Diana Rogliani ) 

 

1933/ La banda delle gialle

 

1933/ Dalla calza al dollaro 

 

1933/  Il grand’ Otello 

 

1934/ La mummia vivente 

 

1934/ I tre moschietteri 

 

1935/  Belle o brutte mi piaccio tutte 

 

1936 /  50 milioni .. c’è da impazzire! 

 

1936 / Una terribile notte 

 

1937/  Dei due chi sarà 

 

1937 / Uomini a nolo

 

1937/  Novanta fa paura 

 

1938 / Se fossi un Don Giovanni 

 

1938 / L’ultimo Tarzan 

 

1938 / Accade una notte che… 

 

1939/ Fra moglie e marito,la suocera e il dito, ultimo avanspettacolo scritto da Antonio De Curtis 

 

1940/ Quando meno te l’aspetti … scritta da Michele Galdieri 

 

1941/ Volumineide, scritta da Michele Galdieri e messa in scena dalla Compagnia Teatrale Errepi di Remigio Paone 

 

1942 – 1943/ Orlando furioso, scritta da Michele Galdieri e messa  in scena dalla Compagnia Teatrale Errepi di Remigio Paone

 

1943 / 1944/ Aria nuova, scritta da Antonio De Curtis e messa in scena dalla Compagnia Totò organizzata da Antonio  De Curtis ed Elio Gigante 

 

1944/ Che ti sei messo in testa? Scritta da Michele Galdieri prima della liberazione di Roma e messa in scena dalla Compagnia Grandi Riviste Totò – Magnani; 

 

1944 / 1945/  Con un palmo di naso, scritta da Michele Galdieri subito dopo la liberazione di Roma, e messa in scena dalla Compagnia Grandi Riviste Totò – Magnani; 

 

Imputati … alziamoci, scritta da Michele Galdieri e messa in scena dalla Compagnia Totò – D’Albert di Remigio Paone, con Lucy D’Albert, Vittorio Caprioli e Alberto Bonucci; 

 

 

1945 / 1946 / Un anno dopo, scritta da Oreste Biancoli e messa in scena dalla Compagnia Totò – D’Albert di Remigio Paone, con Lucy D’Albert, Vittorio Caprioli e Alberto Bonucci;

 

1946 – 1947 / Eravamo sette sorelle scritta da Aldo De Benedetti, e Michele Galdieri e messa in scena dalla Compagni Totò di Romagnoli; 

 

1947 -1948/ C’era una volta il mondo, scritta da Michele Galdieri e messa in scena dalla Compagnia Spettacolo Errepi di Remigio Paone 

 

1949 / 1950/  Bada che ti mangio!, scritta  da Michiele Galdieri e Antonio De Curtis e messa in scena della Compagnia  Spettacoli Errepi di Remigio Paone 

 

1956 / 1957 /  A Prescindere, scritta da Nelli e Mangini  

 

 Filmografia  

 

1937 / Fermo con le mani!, regia di Gero Zambuto

 

1939/ Animali pazzi, regia di Carlo Ludovico Bragaglia 

 

1940/ San Giovanni decollato, regia di Amleto Palermi 

 

1941/ L’allegro fantasma, regia di Amleto Palermi 

 

1943/ Due cuori fra le belve, ridi nel dopoguerra, con il titolo Totò nella fossa dei leoni, regia di Giorgio Simonelli 

 

1945/ Il ratto delle sabine, riedito nel dopoguerra, con il titolo Il professore Trombone, regia di Mario Bonnard 

 

1947/ I due orfanelli, regia di Mario Mattoli 

 

1948/  Totò al giro d’Italia, regia di Mario Mattoli 

 

1948/  Fifa e arena, regia di Mario Mattoli 

 

1949/ I pompieri di Viggiù, regia di Mario Mattoli 

 

1949/ Yvonne la nuit, regia di Giuseppe Amato 

 

1949/ Totò cerca casa, regia di Steno e Mario Monicelli 

 

1949/ L’imperatore di Capri, regia di Luigi Comencini 

 

1949/ Totò le Mokò, regia di Carlo Ludovico Bragaglia 

 

1950/ Napoli milionaria, regia di Eduardo De Filippo 

 

1950/ Figaro qua, Figaro là, regia di Carlo Ludovico Bragaglia 

 

1950/ Totò cerca moglie, regia di Carlo Ludovico Bragaglia 

 

1950/  Tototarzan, regia di Mario Mattoli 

 

1950/ Le sei mogli di Barbablù, regia di Carlo Ludovico Bragaglia 

 

1951/ 47 morto terzo uomo, regia di Mario Mattoli 

 

1951/  Totò terzo uomo, regia di Mario Mattoli 

 

1951/ Totò e i re di Roma, regia di Steno e Mario Monicelli 

 

1951/  Sette ore di guai, regia di Vittorio Metz  e Marcello Marchesi 

 

1951/ Guardi e ladri, regia di Steno e Mario Monicelli 

 

1952/ Totò a colori, regia di Steno 

 

1952/ Totò e le donne, regia di Steno e Mario Monicelli 

 

1952/ L’uomo, la bestia e la virtù, regia di Steno

 

1953/  Una di quelle, regia di Aldo Fabrizi 

 

1953/ Un turco napoletano, regia di Mario Mattoli 

 

1953/  Il più comico spettacolo del mondo, regia di Mario Mattoli 

 

1953/ Questa è la vita, episodio La patente, regia di Luigi Zampa 

 

1954/  Dovè la liberta?, regia di Roberto Rossellini 

 

1954/ Tempi nostri – Zibaldone n 2, episodio La macchina fotografica, regia di Alessandro Blasetti 

 

1954/ Miseria e nobiltà, regia di Mario Mattoli 

 

1954/ Il medico dei pazzi, regia di Mario Mattoli 

 

1954/  I tre ladri, regia di Lionello De Felice 

 

1954/ Totò cerca pace, regia di Mario Mattoli 

 

1954/ L’oro di Napoli, episodio Il Guappo, regia di Vittorio De Sica 

 

1955/ Totò e Carolina, regia di Mario Monicelli 

 

1955/ Totò all’inferno, regia di Camillo Mastrocinque 

 

1955/ Siamo uomini o caporali?, regia di Camillo Mastrocinque 

 

1955/ Destinazione Piovarolo, regia di Domenico Paolella 

 

1955/  Il coraggio, regia di Domenico Paolella 

 

1955/ Racconti romani, regia di Gianni Franciolini 

 

1956/ La banda degli onesti, regia di Camillo Mastrocinque 

 

1956/  Totò lascia o radoppia?, regia di Camillo Mastrocinque 

 

1956/ Totò, Peppino e la…Malafemmina, regia di Camillo Mastrocinque 

 

1956/ Totò, Peppino e i fuorilegge, regia di Camillo Mastrocinque 

 

1957/ Totò, Vittorio e la dottoressa, regia di Camillo Mastrocinque 

 

1958/ Totò, Peppino e la fanatiche, regia di Mari Mattoli 

 

1958/  I soliti ignoti, regia di Mario Monicelli 

 

1958/ Gambe d’oro, regia di Turi Vasile 

 

1958/  La legge e legge, regia di Christian – Jaque 

 

1958/ Totò a Parigi, regia di Camillo Mastrocinque 

 

1958/ Totò nella luna, regia di Steno 

 

1959/ Totò, Eva e il pennello proibito, regia di Steno 

 

1959/ I ladri, regia di Lucio Fulci 

 

1959/ La cambiale, regia di Camillo Mastrocinque 

 

1959/ Arrangiatevi, regia di Mauro Bolognini 

 

1960/ Noi duri, regia di Camillo Mastrocinque 

 

1960/ Signori si nasce, regia di Mario Mattoli 

 

1960/ Letto a tre piazze, regia di Steno 

 

1960/ Totò, Fabrizi, e i giovani d’oggi, regia di Mario Mattoli 

 

1960 / Risate di Gioia, regia di Mario Monicelli 

 

1960/  Chi si ferma è perduto, regia di Sergio Corbucci 

 

1961/ Totò, Peppino e… la dolce vita, regia di Sergio Corbucci 

 

1961/ Sua Eccellenza si fermò a mangiare, riedito con il Titolo Il Dott. Tanzarella, medico personale del …. Fondatore dell’impero, regia di Mario Monicelli 

 

1961/ Totòtruffa 62, regia di Camillo Mastrocinque 

 

1962 / I due marescialli, regia di Sergio Corbucci 

 

1962 Totò contro Maciste, regia di Fernando Cerchio 

 

1962/  Totò diabolicus, regia di Steno 

 

1962/  Totò e Peppino divisi a Berlino, regia di Giorgio Bianchi 

 

1962/ Lo smemorato di Collegno, regia di Sergio Corbucci 

 

1962/ Totò di notte n. 1,regia di Mario Amendola 

 

1962./ I due colonnelli, regia di Steno 

 

1963/ Il monaco di Monza, regia di Sergio Corbucci 

 

1963/ Il giorno più corto, regia di Sergio Corbucci

 

1963/ Totò contro i quattro, regia di Steno 

 

1963/  Totò e Cleopatra, regia di Fernando Cerchio 

 

1963/  Le motorizzate, episodio Il Vigile ignoto, regia di Marino Girolami 

 

1963/ Totò sexy, regia di Mario Amendola 

 

1963/  Gli onorevoli, regia di Sergio Corbucci 

 

1963/  Il comandante, regia di Paolo Heusch 

 

1964/ Che fine  ha fatto Totò Baby?, regia di Ottavio Alessi 

 

1964/  Totò contro il pirata nero, regia di Fernando Cerchio

 

1964/ Le belle famiglie, episodio Amare è non può morire, regia di Ugo Gregoretti 

 

1965/ Totò D’Arabia, regia di Josè Antonio De La Loma 

 

1965/ Gli amanti latini, episodio, Amore e morte, regia di Mario Costa 

 

1965/  La mandragola, regia di Alberto Lattuada 

 

1965/ Rita, figlia americana, regia di Piero Vivarelli 

 

1966/ Uccellacci e uccellini, regia di Pier Paolo Pasolini 

 

1966/  Operazione San Gennaro, regia di Dino Risi 

 

1967/ Le streghe, episodio La terra vista dalla luna, regia di Pier Paolo Pasolini 

 

1968: Capriccio all’italiana, episodi il mostro della domenica di Steno e Che cosa sono le nuvole? di Pier Paolo Pasolini 

 

 Doppiatore cinematografico 

 

La vergine di Tripoli, voce di Gobbone, il cammello che narra le vicende del film 

 

 Sceneggiatore cinematografico

 

 Il medico dei pazzi, regia di Mario Mattoli 

 

Totò all’inferno, regia di Camillo Mastrocinque 

 

Siamo uomini o caporali? regia di Camillo Mastrocinque 

  

Il coraggio, regia di Domenico Paolella 

 

 I due marescialli, regia di Sergio Corbucci 

 

 

Film di montaggio  

 

1953/ 10 anni della nostra vita, regia di Romolo Marcellini 

 

1955/ Carosello del varietà, regia di Aldo Quinti, e Aldo Bonaldi 

 

1962/ L’italiano ha 50 anni, regia di Franca Maria Trapani 

 

1964/ Risate all’Italiana, regia autori vari 

 

1975/ Un sorriso, uno schiaffo un bacio in bocca, regia di Mario Morra

 

1977/ Kolossal e i magnifici macisti, regia di Mario Morra e Antonio Avati 

 

1978/ Antologia di Totò, regia di Jean Louis Comolli 

 

1980/ Super Totò, regia di Brando Giordani ed Emilio Ravel 

 

 

Televisione

 

Il Latitante, nel ruolo di Don Gennaro La Pezza; l’episodio venne ricavata dalla sceneggiatura per un film mai realizzato, Le Belve

 

Il tuttofare, ne ruolo di Mardocheo Stonatelli 

 

Don Giacomino

 

La scommessa, nel ruolo di Oberdan Lo Cascio

 

Totò Ciak 

 

Totò a Napoli, nel ruolo di una guida non autorizzata, recita alcune poesie 

 

Premio Nobel, nel ruolo di Serafino Bolletta 

 

 

Bibliografia

 

Mario Monicelli, l’Arte della Commedia, a cura di Lorenzo Codelli, Tullio Pinelli, Bari, Edizione Dedalo