Sciuscià 

 

 

Anno: 1946

 

Durata: 93 min

 

Colore: B/N 

 

Genere: Drammatico 

 

Regia: Vittorio De Sica

 

Produttore: Paolo William Tamburella

 

Fotografia: Anchise Brizzi

 

Montaggio: Niccolò Lazzari

 

Musiche: Alessandro Cicognini 

 

Scenografia: Ivo Battelli 

 

Interpreti e personaggi

 

Franco Interlenghi: Pasquale Maggi

 

Rinaldo Smordoni: Giuseppe Filipucci

 

Annielo Mele: Raffaele

 

Bruno Ortenzi; Arcangeli

 

Emilio Cigoli: Staffera

 

Leo Garavaglia: il commissario

 

Gino Saltamerenda: il “Panza”

 

Anna Pedoni: Nannarella

 

Enrico Da Silva : Giorgio

 

Maria Campi: chiromante

 

Mario Volpicelli: Direttore carcere

 

Antonio Nicotra: carceriere

 

Claudio Ermelli: infermiere

 

Peppino Spadaro: avvocato

 

Angelo D’amico: Il siciliano

 

Pacifico Astrologo: Vittorio

 

Francesco De Nicola: Ciriola

 

Antonio Lo Nigro: Righetto

 

Antonio Carlino: abruzzese

 

Irene Smorboni: mamma di Giuseppe

 

Leonardo Bragaglia: ragazzo

 

 Trama:  

 

Pasquale e Giuseppe lavorano come lustrascarpe sui marciapiedi di Via Veneto a Roma. Appena possono corrono a Villa Borghese e con 300 lire affittano un cavallo bianco chiamato Bersagliere e lo cavalcano in due. Con la complicità di Attilio, il fratello più grande di Giuseppe, i due si trovano coinvolti senza volerlo in un furto a casa di una cartomante, alla quale volevano rivendere delle coperte americane sotto commissione del “Panza” (uomo che trafficava oggetti illegalmente). Prima di essere arrestati e portati in un carcere minorile riescono a realizzare il loro sogno: comprare Bersagliere. Il Cavallo sarà affidato alle curre di uno stalliere. I ragazzi vengono rinchiusi in celle diverse e sperimentano l’inganno e la vendetta. Il commissario e il direttore del carcere fanno credere a Pasquale che Giuseppe verrà frustato se lui non rivelerà i nomi dei complici del furto presso la cartomante. Pasquale cadrà nel tranello e parlerà. Quando Giuseppe, ignorando il motivo per cui lo ha fatto, verrà a sapere che l’amico ha fatto il nome del fratello, decide di vendicarsi e rivela a Staffera, l’assistente del direttore, che nella cella di Pasquale, che nella cella di Pasquale è nascosta una lima. Gli eventi precipitano: durante una proiezione cinematografica, Giuseppe e il suo compagno di cella fuggono dal carcere. Pasquale, per la paura di perdere Bersagliere, rivela a Stafffera dove sono i due evasi e lo conduce alla stalla dove è custodito il cavallo. Su un ponticello nei pressi della stalla, Pasquale affronta Giuseppe in sella a Bersagliere. Arcangeli fugge mentre Giuseppe, rimasto solo,scende dal cavallo e Pasquale comincia a frustarlo con la sua cintura, sicchè Giuseppe inciampa, cade dalla spalletta del ponte e muore. Pasquale, ritrovandosi dalla smania di vendetta,non potrà fare altro che piangere il disperato amico, urlando al mondo il suo dolore mentre si avvicina la polizia e Bersagliere si allontana dal ponte.

 

 Note

 

Prodotto da Paolo Willian Tamburella per ALFA Cinematografica, il film fu girato negli studi della Scalera in via della Circonvallazione Appia a Roma, nell’autunno del 1945 per uscire nelle sale il 27 aprile 1946.

 

 

La critica

 

« Insieme ai due film Roma Città Aperta e Paisà questo di De Sica è stato considerato il terzo capolavoro del neorealismo, sia per il tema affrontato :

 

( i ragazzi abbandonati che si danno alla delinquenza in una Roma sconvolta dalla guerra e occupata dalle truppe alleate), sia per lo stile della rappresentazione 

( una narrazione il più possibile documentaristica con personaggi presi dalla strada il più possibile documentaristica con personaggio presi dalla strada e ambienti dal vero). Il film narra la storia tragica di Pasquale e Giuseppe coinvolti in una rapina e chiusi in un riformatorio.

 

Qui in attesa di giudizio vengono in contatto con altri ragazzi traviati, sono, maltrattati e incompresi, la loro stessa amicizia si raffredda. 

Alla fine fuggono dal riformatorio verso sono maltrattati e incompresi, la loro stessa amicizia si raffredda.

 

Alla fine mentre fuggono dal riformatorio verso la libertà rappresentata da un cavallo bianco, Giuseppe muore per colpa dell’amico

 

Sciuscià segna una profonda censura nella carriera registica di De Sica, quasi una rottura, stilistica e contenutistica rispetto alle opere del 1940 – 45.

Laddove prevaleva in quei film una leggera vena sentimentale, più spesso comico

 

– sentimentale, qui si fa imperioso uno spirito di denuncia e profonda sensibilità 

Per i casi più tragici della realtà umana e sociale. Lo stile che non è così secco come quello di Rossellini e ancora si compiace di certi toni un po’ facili, acquista tuttavia una maturità d’eloquio che troverà i giusti toni nella tragedia quotidiana di ladri di biciclette e soprattutto in Umberto D.»

 

( Gianni Rondolino Catalogo Bolaffi del cinema italiano vol. 1 )

 

 

 

Il film incassò nel 1952 £ 55.800.000 lire