Nino Pedone, nasce a Palermo nel 1940.

Nel 1964 si diploma all’Accademia delle Belle arti di Palermo, collabora in qualità di docente con l’Istituto d’Arte di Monreale.  

Espone alla cattedrale di Trapani nel 2002 le sue opere, alla Galleria Prati a Palermo nel 2003 e al Palazzo delle Aquile di Palermo nel 2007.

Nel 2010 conosce l’Art Promoter Prof. Paolo Bonaccorso con il quale realizza una mostra nella Chiesa di San Giorgio ai Genovesi di Palermo dove vengono esposte 40 opere tra le lapidi sepolcrali, ed marmoree.

Una delle sue opere è ancora oggi ospite all’interno dell’Oratorio di Santa Cita a Palermo, non a caso come Pontex temporale del Magister Serpotta dove l’uso del bianco sintesi dei colori  a cui anche Nino Pedone dedica un identità artistico e narrativa.

Il suo virtuosismo calligrafico della linea dinamica e pittorica nell’uso predominante del bianco minimalista pone la figura nell’esteso spazio che l’accoglie ibernando l’architettura della loro anima. L’iconografia è sintesi tra segmenti di colore più scuro che irrompono nella sottrazione dei chiari, aleggiano e invitano lo sguardo a metamorfosi di percezioni visive. I personaggi abitano in atmosfera impalpabile di luce nello strepitus silenti, dell’eburneo glaciale del bianco platè, amplificano la loro liricità comunicativa, in poiesis “leit motive del bianco. Jung sostiene che chi ha paura di se stesso cerca il rumore, Il Maestro piuttosto sembra ritrovare Sè stesso nel dipingere linee, come corde che agitano i suoni del silenzio.

Attraverso esse, le forme si dilatano e avvolgono di luminosità rifrangente del loro stesso albinismo cromatico, tra analisi concettuali e immaginaria, in un virtuosismo gestuale del pennello, che circunaviga nello spazialismo pittorico.

Allusioni all’immenso, sino a prendersi in scenari oceanici da cui ricominciare a guidare nuovamente lo sguardo e il pensiero guidate dalle curve, linee e superfici, quasi con kandiskjiane di radici spirituali volte alla trascedenza.

I piani si distaccano dalla profondità, assumono per un attimo l’astrazione, contrapponendosi in positivo e in negativo, sino a raggiungere dallo spettro il senso corporeo. Ma non tutte le opere si avvalgono della monocromia, altre stagliano la figura su sfondi che inghiottono il buio stesso del nero da cui appaiono come sagome, in cui negli azzurri e celesti, albergano la pace, la ragione sovraumana, che separa la terra dal cielo, sprigionandone le metafore.

Tale dualità cosmica, lascia percepire l’immagine diafana, con evanescenza contrastante e lo stesso bianco rinfrange della sua luce riflessa, ricerca di conforto divino. Il dramma del sacro si alterna con storia di flusso dell’anima in divenire, con altri lessici figurativi e introspettivi, relazionati alla natura più profonda dell’uomo e della vita. La compositio diviene così palcoscenico del dramma cristiano tra marinai spasmi e planctus, in cui si giunge all’apice del pathos espressivo delle tragedie del teatro greco o alle crocifissioni masaccesche, quali maschere del dolore nella loro amplificata plasticità ed enfasi corale di personaggi.

Suggestioni emotive, che cristallizzano nei visi le espressioni di dolore o catarsi, episodi in bilico a eventi che colpiscono l’animo umano in una trasfigurazione del trapasso dal visibile all’invisibile.

Fascino misterico e mistico in cui come nel gesso (leukas), delle icone, il bianco diviene simbolo di purezza assoluta divina dei fiat lux “Io sono la luce del mondo”.