E' stato svelato l'oscuro segreto del potente signore della città di Firenze nel 14 settembre del 1321: pare che il conquistatore ghibellino Dante Alighieri sarebbe stato avvelenato con polveri di `digitalis purpurea´, forse nascoste in una bevanda alla camomilla e gelso secondo le analisi effettuate da un team di paleopatologi dell'Università di Pisa in tempi recenti.

 

Questi infatti hanno scoperto tracce di camomilla e gelsi; e nel retto e nel fegato una concentrazione tossica di digoxina e digitoxina, due molecole provenienti da piante di ditalis purpurea, sostanza che se assunta in dosi massicce funziona come un veleno. All'inizio si pensava che un virus intestinale fosse stata la causa ma invece la morte fu anticipata da febbre elevata, diarrea e vomito.

Secondo Gino Fornaciari, il quale ha pubblicato nella rivista Archeological Science la scoperta tanto sorpresa, trattasi di avvelenamento, i sintomi prima della morte del grande poeta, probabilmente veleno somministrato non intenzionalmente. Anche se rimane un mistero chi fosse l'autore di tale avvelenamento.

 

La versione più accreditata è che il 14 settembre 1321 moriva a Ravenna Dante Alighieri, che si ammalò probabilmente di malaria mentre faceva ritorno da un’ambasciata a Venezia. La sue spoglie vennero deposte in un’arca nel tempio ravennate di San Pier Maggiore e da quel momento non ha mai abbandonato la città dell'Emilia Romagna.

Firenze chiese la restituzione della salma di Dante, prima nel 1396, nel 1428 e nel 1476: ma senza successo. I fiorentini stavano raggiungendo l'obiettivo nel 1519, quando papa Leone X (figlio di Lorenzo il Magnifico) acconsentì al trasporto del corpo da Ravenna che era sotto il governo pontificio, fino a Firenze dove sarebbe stato eretto un monumento funerario all’altezza del grande poeta che avrebbe decorato Michelangelo. Eppure, al momento dell’apertura della tomba, i messi inviati a Ravenna trovarono la tomba vuota. Chi aveva trafugato le ossa del grande poeta?

 

La verità sulla salma di Dante sarebbe venuta a galla solo nel 1865, quando, nell’abbattere un tratto di muro prossimo alla cappella di Braccioforte, fu trovata una cassetta di legno. Il coperchio recava la scritta “Dantis ossa a me Fra Antonio Santi hic posita anno 1677 die 18 octobris”, e sul fondo “Dantis ossa a me denuper revisa die 3 junii 1677”. Al suo interno si trovavano ossa “ben conservate, consistenti, non rose da tarli di colore rosso scuro, e quasi in numero da completare uno scheletro” (Primo Uccellini, Relazione storica sulla avventurosa scoperta delle ossa di Dante Alighieri, 1865).

In conseguenza di questa scoperta, venne allestita in tempi veloci l'apertura del sepolcro, che si rivelò con il contenuto di tre falangi e alcune foglie di lauro. Si passò allora ad analizzare la struttura della tomba e si scoprì che sul lato dell’urna in equivalenza con il muro del convento francescano era stato praticato un foro, tanto ampio “che benissimo si erano potute estrarre le ossa racchiuse, compreso il cranio” (Sulla scoperta delle ossa di Dante, 1870).

 

Ecco dunque risolto il giallo della scomparsa di alcune parti della salma di Dante che aveva lasciato sorpresa la delegazione fiorentina del 1519: i frati francescani avevano praticato un foro nel muro del chiostro, bucato la tomba e prelevato le ossa, nascondendole poi nella scatola di legno (il cartiglio del 1677 risale a un successivo passaggio di consegne da un frate all’altro). I resti erano stati rimessi nel sepolcro nel 1781, e poi nuovamente sottratti nel 1810, quando il convento fu soppresso per l’editto napoleonico: fu allora che i frati nascosero la cassetta nel muro.

Oggi non ci resta che risolvere un ultimo, sorprendente mistero: come fecero i messi fiorentini del 1519 a non vedere che il sepolcro di Dante Alighieri era forato?