Il primo febbraio 1893 muore in una carrozza del treno tra Termini Imerese e Trabia, Emanuele Notarbartolo, ex sindaco di Palermo ed ex direttore del Banco di Sicilia. Viaggiava volutamente da solo e in una carrozza fu accoltellato da due uomini Matteo Filippello e Giuseppe Fontana, durante il passaggio in una galleria, al buio. I controllori del treno giurarono di non conoscere I fatti e di non sapere nulla su chi fossero I sicari.

 

Nato nel 1834 e figlio di una famiglia aristocratica palermitana, crebbe in Sicilia per trasferirsi a Parigi e poi in Inghilterra. Entrò in polizia e iniziò a militare nella politica come assessore, quando giunse a Palermo. Nel 1872 entrò in contatto con la criminalità siciliana, che lo rapì in cambio di un risarcimento.

 

Fu sindaco di Palermo dal 1873 al 1876 anno in cui acquisisce l’incarico al Banco di Sicilia, l’ultima mansione prima di morire che gli procurò numerose inimicizie tra le fila della classe dirigente siciliana.

 

Infatti, Notarbartolo fu messo a fianco di numerose personalità tra cui Raffaele Palizzolo, deputato italiano vicino agli ambienti mafiosi palermitani. Palizzolo era noto per essere fin troppo disponibile con chiunque bisognasse di aiuto. Da qui le prime controversie con Notarbartolo fino alla scoperta di finanziamenti illeciti autorizzati dal successore di Notarbartolo alla direzione del Banco di Sicilia e operati da prestanome di Palizzolo, usando soldi direttamente prelevato dalle casse del Banco di Sicilia. Il beneficiario dei finanziamenti era la Navigazione Generale Italiana, società armatoriale della famiglia Florio. Era stata aperta un’inchiesta sulla vicenda e Notarbartolo avrebbe continuato a bloccare I finanziamenti portando alla luce gli intrecci di cui è stato detto. É possibile che Palizzolo abbia architettato l’omicidio per proteggere I propri interessi e di tutti coloro che stavano dietro queste operazioni illecite. L’incarico di Notarbarto al Banco di Sicilia dava fastidio a molte persone.

L’11 Novembre 1899 il figlio Leopoldo Notarbartolo chiese giustizia per l’assassinio del padre e cominciò il processo presso la Corte di Assise di Milano dove furono invitati I due controllori del treno che lavoravano il giorno dell’omicidio. Dopo pressanti accuse uno dei controllori fece I nomi di Fontana e Palizzolo.

Il processo contro Fontana e Palizzolo avrà di sopra l’attenzione dell’opinione pubblica in un processo che si svolgerà a Bologna. Furono coinvolti l’ex questore di Palermo Ermanno Sangiorgi e un antropologo e studioso di folklore Giuseppe Pitrè che depose in favore di Palizzolo.

In data 20 luglio 1902 la sentenza definitiva vide la condanna a trent’anni di Fontana e Palizzolo che incitò il pubblico numeroso. Ma sei mesi dopo la Corte di Cassazione annullò la sentenza bolognese per un vizio di forma. Il 5 settembre 1903 cominciò a Firenze il nuovo processo. Gli avvocati di Leopoldo Notarbartolo chiamarono a testimoniare Matteo Filippello che il giorno di convocazione fu trovato morto nel pensionato in cui risiedeva. Questo unito ad una difesa accanita, a un comitato che si mobilitò in difesa di Palizzolo e a Palizzolo stesso presentatosi in aula sconfortato e abbattutto e emaciato, il 23 luglio 1904 la giuria fiorentina assolse gli imputati per insufficienza di prove. L’altro assolto, Giuseppe Fontana emigrerà a New York negli ambienti di cosa nostra.

 

Questo fu un processo che ebbe la funzione di essere uno spartiacque tra I tempi in cui la mafia si negava e I tempi in cui si iniziò a definire il fenomeno criminale mafioso nei suoi feroci intrecci politici e economici.