Germano Cilento

Bengasi, 1940

 

Dal 1992, si dedica completamente all'attività artistica. Apprende le tecniche ceramiche lavorando intensamente nell’importante studio della “Zitadelle” di Berlino Spandau (in quell’atelier rimangono numerose sue opere).

Altere e possenti, neanche il calore di una fornace ardente può intaccare la forma o peggio distruggerla, semmai può inaridire la superficie rendendola scabra e rugosa; le sculture si rafforzano, perdono l’acqua che, se da un lato è simbolo di vita, dall’altro rappresenta la dissoluzione. Cilento dosa con sapienza gli ingredienti per ottenere la composizione di cui lui solo custodisce il segreto. Il risultato è nella sfumatura rossastra sul dorso di un vaso; o nel dinamico equilibrio di due forme incastrate; o nel rilievo solo apparentemente accidentale che molesta la pacata continuità di una superficie. Cilento segna attraverso questo lungo processo di lavorazione della creta (le cui fasi essenziali consistono in: preliminare elaborazione di un progetto, creazione effettiva del pezzo, cottura, realizzazione di una decorazione incisa e dipinta e ulteriore cottura finale). Il suo percorso iperbolico dall’antichità ad oggi, dalla preistoria e dalle terre dove si fermarono quelle popolazioni che per prime crearono prodotti in terracotta a qui, dove di quelle colture conserviamo le innumerevoli testimonianze e dove molta dell’arte contemporanea reca ancora i segni inconfondibili.

Egli esprime con la linea retta, con la forma scarnificata, con la durezza delle sculture spigolose e taglienti una essenzialità sfrondata dagli ingombranti debiti nei confronti della storia.

Quello che lo interessa è ciò che non muta, la natura essenziale e oscura della vita, ciò che unisce uomini e oggetti in una comunicazione senza tempo, forse in un incontro che li rende unici e irripetibili nelle molteplici combinazioni dei singoli elementi.

L’artista della natura ascolta il perenne fluire sintetizzandone l’armonia in pochi tratti incisi e cromatici: sui quattro lati del cavallo in creta nera sono raffigurati il fuoco, la terra, l’acqua e l’aria. Mentre una teoria di figure attraversa incontrastata l’immaginazione dell’artista dal paleolitico al Duemila.

Come l’uso della creta ci riconduce alle forme primordiali dell’espressione artistica, così l’estrema semplificazione dei piani e l’energia lineare che li contiene riduce l’apparenza delle cose alla loro essenza indivisibile; la stessa forza la ritroviamo nelle antiche steli funerarie, negli antropomorfi moai dell’Isola di Pasqua o ancor prima nei misteriosi megalitici dolmen.