Andrea Appiani

(Milano, 31 maggio 1754 – 8 novembre 1817)

 

 

Andrea Appiani nasce a Milano il 31 maggio 1754 dal medico Antonio Appiani e da Maria Liverta Jugali. Battezzato alla chiesa di San Carpoforo con i nomi di Giovanni, Andrea e Melchiorre, il padre sperava di farne un buon medico, ma fin da piccolo manifestò  la vocazione artistica Fu per questo motivo che il padre, nel 1769, allocò il giovane figlio dapprima sotto la guida di un «maestro mediocrissimo»  e poi nella scuola privata di Carlo Maria Giudici, pittore e scultore  che allora godeva in città di una distinta notorietà, anche grazie al sodalizio con Anton Raphael Mengs. Negli anni in cui fu allievo del Giudici, l'apprendista pittore poté ampliare la propria cultura figurativa e ricevere i primi rudimenti del disegno, studiando e riproducendo le opere dei grandi maestri rinascimentali, quali Raffaello Sanzio e Giulio Romano. Frequenta poi lo studio all'Accademia Ambrosiana di  Antonio De Giorgi, passa  all'atelier di Martin Knoller, che gli trasmise le tecniche dell'affresco e del chiaroscuro. Lasciò il Knoller per Giuliano Traballesi, dal gusto spiccatamente più barocco: fu per questo che Appiani non apprezzò i suoi insegnamenti, tanto che fra i camerati godeva fama di «secchione». Stringere amicizia con le più eminenti personalità artistiche del tempo: Gaetano Monti, condiscepolo di anatomia presso l'Ospedale Maggiore, gli fu amico per tutta la vita; Piermarini, Aspari, Parini (anche la famiglia Appiani, tra l'altro, era originaria di Bosisio), Albertolli, e pure il Monti ed il Foscolo, benché conosciuti più tardi, furono tutti tra i suoi intimi. Muore il padre, Appiani attraversa un periodo segnato da vicissitudini e sofferenze, e per vivere dovette adattarsi a diversi lavori dipinse scene e costumi per il teatro alla Scala, decorò carrozze, esegue fiori su seta. Il termine di questo periodo di attività spuria buona a toutfaire venne sancito dall'esecuzione dell'affresco dei Santi Gervasio e Protasio per la chiesa di Caglio (1777), con la quale inizia ad affermarsi presso il grosso pubblico. In questi anni realizza anche quattro tempere per il conte Ercole Silva raffiguranti il Ratto di Europa (1778-79), una Natività per la Collegiata di Santa Maria ad Arona (1782) tra il 1786 e il 1790 Appiani venne febbrilmente assorbito nell'attività di decoratore, che lo vide impegnato al Duomo di Monza (dove costruì nel 1798 l'Altare Maggiore), in Palazzo Busca alle Grazie, in Palazzo Litta, in casa Orsini Falcò, in palazzo Greppi e nella Villa Reale di Monza, nella cui Rotonda delle Serre eseguì il fondamentale ciclo della Storia d'Amore e Psiche. In questo stesso periodo Appiani si invaghì di Costanza Bernabei, già sua allieva; il matrimonio, che si rivelerà felice e sarà coronato dalla nascita di quattro figli, fu celebrato nel 1790.  Nel 1791, visita in un viaggio di perfezionamento artistico dalla durata di nove mesi Parma, Bologna e nuovamente Firenze, giungendo a Roma (dove ammirò Raffaello e la «grazia soave e di retta semplicità» delle pitture di Mengs custodite nella  Biblioteca Vaticana) e infine a Napoli, dove rimane  colpito dalla statuaria classica ivi esposta. Napoleone Bonaparte arriva a Milano il 15 maggio 1796, ed entra nelle sue grazie con un riuscitissimo ritratto a carbone e gessetto su carta brunella; l'appena ventisettenne generale gli conferì il titolo di «commissario superiore» per scegliere le migliori opere d'arte lombardo-venete da spedire a Parigi (incarico che evitò per via d'una malattia che lo colse a Verona), e gli affidò anche il disegno di testate, brevetti, allegorie repubblicane per proclami, carte ufficiali, e medaglie. L'anno successivo il generalissimo gli donò addirittura una casa sul Naviglio di San Marco, già proprietà di quei frati, valutata quarantamila lire milanesi. In questo periodo, in effetti, l'artista andò licenziando una cospicua mole di opere: dell'Appiani sono i disegni per la medaglia commemorativa dei comizi di Lione nel 1801, per la medaglia dopo l'attentato del 14 dicembre 1800, per la medaglia della battaglia di Marengo, per la medaglia dell'incoronazione a Re d'Italia, per la medaglia delle vittorie del 1809, per la medaglia del secondo matrimonio di Napoleone nel 1810. Il monumento di Appiani più noto realizzato in questo periodo, fu la serie di affreschi che realizzò in onore dell'epopea napoleonica, culminante con l'Apoteosi dell'Imperatore, terminata nel 1808 e lodata anche da Stendhal, che scrisse che «la Francia non ha mai prodotto nulla di comparabile». Malgrado fosse impegnato nella sua nuova impresa, Appiani dipinse comunque ritratti per i Litta, per Giovanni Battista Sommariva, per casa Galetti, per la chiesa di Oggiono, e ritratti aulici e di privati: del 1812 è il Parnaso, nella Villa Reale di Milano, sua ultima opera d'impegno. Nel 1802 diviene commissario Generale delle Belle Arti con 1.500 lire annue, mentre nel 1804 venne nominato primo pittore del Re d'Italia con 15.000 lire annue, cavaliere della Legion d'Onore e della Corona ferrea e membro dell'Accademia di Brera. 

Il 28 aprile 1813 mentre proseguiva  l'attività decorativa nel Palazzo Reale con la decorazione della sala di corte, fu colpito improvvisamente da un attacco apoplettico. Le sue facoltà motorie cominciarono lentamente a scemare, per poi giungere alla paralisi: Appiani, trascorse il resto della sua vita nell'abitazione meneghina a corso Monforte, per poi morire l'8 novembre 1817, due anni dopo l'effettivo tramonto dell'epoca napoleonica. 

La scomparsa di Andrea Appiani suscitò unanime cordoglio, sia tra i contemporanei che tra i discepoli (Antonio De Antoni, Carlo Prajer, Angelo Monticelli, Giuseppe Bossi), i funerali, celebrati il 10 novembre 1817, furono solenni, e la salma venne riposta nel cimitero di San Gregorio.

 

Sulla tomba parlò Giovanni Berchet, con un toccante elogio funebre:.

 

 

« Questo cadavere intorno a cui ci raduna l'onor nazionale e l'entusiasmo dell'ammirazione,

questo cadavere era Andrea Appiani pittore. [...] Un insulto dell'apoplessia ruppe tutte le nostre

speranze, ed egli non è più. La chiarezza dell'ingegno, la dolcezza de' modi, le virtù familiari e

cittadine, l'arte squisita, tutto insomma che più fa illustre su questa terra, tutto perdemmo in lui, e di lui non ci resta che questo cadavere e questo nome. »

 

 

Bibliografia

 

C.Maltese, Storia dell’arte Italiana, 1785 -1943 -1960

 

M. Gregori, Il Conte Sommariva e l’Appiani, in “Paragone” 23, 1972

 

F.Antal, Riflessioni intorno al Classicismo e Romanticismo, Torino, 1975

 

S. Pinto, Andrea Appiani, in Storia dell’arte Italiana, V, 1982

 

R.P. Ciardi, Appiani Commissario per le Arti Belle, in “Prospettiva”,1983

 

M.E. Tittoni, Mito e storia nei “Fasti di Napoleone” di Andrea Appiani, Roma, 1986

 

AA.VV., Andrea Appiani. Arte e cultura a Milano nell’Illuminismo e nell’Età napoleonica, catalogo della mostra, Milano, 1990

 

A. Zanchi, Andrea Appiani, 1995